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ConservaCORio

Quando pizzichi  violentemente le corde del cuore, il suono
si amplifica nel torace che fa da cassa armonica,
liberandosi in una musica dolce e materna o in rumore
stridulo, scordato.
Chi si accosta alla pratica di tale strumento, sappia che
l'attenzione e lo studio, l'esercizio e la dedizione, sono fondamentali.
Chi di sta tendendo la mano per accarezzarne i fili
emozionali tesi da un capo all'altro nello spazio interiore di
un'altra creatura, sappia che non si può limitare a suonare e
basta. E' obbligatorio saper suona bene.
Meraviglie sbocciano nelle espressioni dei cattivi musicisti.
Una volta innescati gli atomi tremanti d'energia, il suono investe
il suo creatore e ne decide la sentenza. Si ha difronte lo specchio
nel quale il compositore guarda se stesso con gli occhi dello strumento.
Chi vuole suonare a tutti i costi, sappia che una volta dato il
La, non lo si può zittire stringendo elegantemente un pugno nell'aria.
Chi desidera provare, anche solo una volta, per misurare se
stesso, sappia che sul palco del nostro teatro non esiste
alternativa, non c'è compromesso, nessun tipo di gradazione cromatica;
solo bianco o nero.
Nel nostro teatro, davanti a quell'unico spettatore, o si ama, o si odia.

Il Vecchio Ramo

Nota: Lunghezza delle righe e capoversi mantengono estensione e cadenza del manoscritto su carta.



Il Vecchio Ramo, lungo e secco, sente i noduli scricchiolare.
Il Vecchio Ramo è arrabbiato perché sente sempre meno linfa
dentro di sé.
Lui incolpa l'intera pianta di non nutrirlo abbastanza;
di non dargli ciò che gli spetta. Nessun altro ramo
si cura di lui, eppure, crede di sentirli ogni notte ridere
alle sue spalle.
Il Vecchio Ramo non si cura più della luce del sole.
Troppo presto perse le sue foglie, troppo presto vide il ramo che
lo generò venire segato.
E il Vecchio Ramo impreca, urla, verso la pianta di cui
egli stesso è parte, senza vedere che intorno c'è un mondo immenso;
molto più complesso e articolato del suo stupido albero.
Non vede come tutto segua un suo ciclo, come per ogni essere, o cosa,
il tempo non sembri mai abbastanza.
Il Vecchio Ramo non risponde più ai suoi istinti: forse crede di non averne.
Non accetta il suo destino. Urla e bestemmia nel tentativo di riscattarsi
senza mai riuscirci. Non capisce che è proprio questo suo
continuo ed inutile affannarsi ad averlo rinsecchito così
velocemente.
Vecchio Ramo, continuerai a seccare fino al giorno in cui una 
flebile brezza spezzerà la tua vita al suolo umido.
Sarai libero. immune, universale. Finalmente salvo nel tuo
primo momento di vera felicità.

Mr. B. Bill

Maledetto Bill, te ne stai dritto e fiero sulla mia fronte per rubarmi la scena.
La tua malvagità scaturita dall’interno emerge per darmi l’idea di quanto io sia stupido.
Testa rossa di dolore, mi tormenti anche se non ti posso vedere, mi ricordi la tua presenza sfiorandomi nei momenti di sovrappensiero. Così infinitamente piccolo, rispetto al mio corpo, eppure così grande per la tua specie, fai venire a galla la completa dipendenza dall’estetica della razza umana.
Dannato Bill, tu sei parte di me, tu sai che quando sarai pronto farò esplodere il tuo cuore marcio sulla mia immagine allo specchio e, per questo, vuoi prolungare la tua tortura il più lungo possibile. Vuoi lasciarmi inerme in un mondo stracolmo di altri dipendenti, dei maghi del coprente, come se fossi nudo. Vuoi farti protagonista sbeffeggiandomi nel mondo che non c’è, vanificando tutti i miei sforzi. Con te al mio fianco, chi guarderà il mio nuovo smart phone, la mia giacca firmata, la patacca sul mio polso? Chi penserà alla mia auto sportiva nera, lucida, tedesca, dopo averti guardato in faccia? Se non per loro, per chi ho comprato tutte queste cose? Forse per me? Tu demolisci le mie bugie, Bill. Non posso permetterti di vivere.
Viscido Bill, covi la tua rabbia nei primi giorni della settima per bussare alla mia porta nei week end, ma io ti ingozzerò di sale fino a farti ingiallire, farò scoppiare la tua gola ingorda nella tua stessa bile.
Anche dopo morto, le tue spoglie rimarranno in mostra qualche giorno per una bella veglia, per ricordare ai posteri che per un attimo hai obbligato una bestia così grande a nascondersi, a sentirsi triste. Hai ricordato ad un uomo libero di non essere affatto libero come va dicendo in giro. Gli hai ricordato di essere uno schiavo.
Addio Bill. Io ti odio con tutto me stesso e, non sto scherzando, non mi mancherai neanche un po’.
Ne ho visti tanti come te Bill, e molti altri ne verranno, tanti piccoli bastardi pronti a vanificare tutti i sacrifici e le rinunce fatte per annaspare nel mondo che non c’è.Ora torna da dove sei venuto, lasciami, non voglio prendermi pause, non puoi arrivare e intrappolarmi nella camera delle verità celate; tu, sputo del diavolo, sei la mia carta”salta un giro” in un sogno dal quale non voglio svegliarmi.
Guarda il mondo per l’ultima volta, guarda le nostre facce vicine. Il nostro riflesso nello specchio è l’ultima cosa che vedrai prima di essere trafitto e stritolato, fino a farti vomitare le interiora. Spalanca le fauci per accogliere l’ago e fissa il mio sorriso soddisfatto, mentre ti stringo due dita al collo. Finirà tutto in un attimo. Ma c’è ancora un’ultima cosa che mi sento quasi di doverti, qualcosa che ti devo dire, che mi viene direttamente dal profondo:
Vaffanculo Bill, muori!  

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